Sono una studentessa indigena. Mi riconosci;
il mio ritratto è sulle pagine dei grandi libri;
raffigurata in gonna e in “divisa”.
Mi giro a testa in giù e il cielo è sotto
e la terra rimane sopra; così non è il mio mondo;
mi reggo in piedi
il cielo ritorna sopra
e la terra sotto. Il mondo inizia ai miei piedi,
questo è il mio mondo.
Il mondo inizia nelle mie ossa,
nei tuoni che respiro, nelle catene montuose che prendo in mano
e faccio una matassa per avere la mia imago mundi.
Le mie trecce si fanno strada verso casa, nei fogli
ti sei informato che il tetto si rimuove togliendo un palo;
mio nonno mi chiama fenicottero
perché ho imparato a dormire senza chiudere gli occhi;
mio zio non sa nemmeno firmare
e mio zio materno, che ha fatto la primaria,
mi rimprovera e forse per questo mangia di più.
Le finestre della scuola
deviano il Sole fino al mio cortile lontano;
la Scuola è la casa più grande in assoluto;
ho chiesto a mio padre di comprare un banco per noi.
Davanti alla lavagna mi anticipa una bambina bianca,
è colei che il Maestro educa.
Piango perché sono indigena e ho una bambina bianca
che il Maestro ha creato dentro di me;
questa ragazza non ce la fa;
il Maestro le dà forza e sostegno
il Maestro ha grandi metodi per quella bambina.
Il Maestro si dimentica di me, di tutti gli alunni
e dice che nulla è stato inventato per gli indigeni.
A volte mi confonde: mi rende lei
o lei me;
quando l’insegnante non mi parla, sparisce;
ogni dicembre muore e ogni aprile resuscita.
Alla fine dei miei studi si estinguerà
nella parzialità.
Dalla raccolta di poesie Choza (1978) di Efraín Miranda Luján (1925-2015)