El Trípode de Helena es un blog personal. En la parte superior de la columna izquierda, verán mi retrato y debajo una breve biodata. A continuación, están organizadas las entradas según los temas recurrentes y según la fecha en la que fueron publicadas. Si a alguno de ustedes le intriga el título del blog, de click aquí. Si están interesados en descubrir más acerca de la imagen del encabezado, entren aquí.

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sábado, 18 de abril de 2026

Il corpo come relazione: il movimento prima del movimento

 

Disegno di un motivo iconografico della cultura Moche denominato ‘danza dei morti’


La danza è la condizione di disponibilità a incarnare una pluralità di immagini. 


Si tende a parlare del corpo nella danza come se fosse un oggetto disponibile fin dall’inizio; in realtà è una ricerca continua: una materia in formazione che attraversa soglie di sviluppo, riorganizzazioni e apprendimenti in cui tecnica e corporeità sono inseparabili. Pensare il movimento (soprattutto nel lavoro con bambine, bambini e adolescenti) significa riconoscere questi tempi e, insieme, situarli in un orizzonte più ampio: il corpo come rapporto.

In senso filosofico, si può dire, seguendo Baruch Spinoza, che un corpo non è una cosa fissa, ma una relazione sempre variabile tra movimento e quiete, una composizione di velocità, tensioni ed equilibri in continua trasformazione. Il movimento non comincia quando “decidiamo” di muoverci: preesiste come flusso. La pratica della danza non lo produce dal nulla, ma vi entra, lo intercetta, lo modula. Imparare a danzare è allora una forma di alfabetizzazione che permette di sentire l’inaudibile.

Dentro questo orizzonte si colloca anche la possibilità di danzare senza musica come accesso a un’altra soglia di ascolto: il ritmo interno. La respirazione (il primo movimento in assoluto del corpo) diventa misura e organizza l’inizio, lo sviluppo e la fine di ogni gesto. Muoversi senza musica significa rendere visibile una pulsazione che precede l’azione; e, allo stesso tempo, imparare ad ascoltare una musica sempre in atto, come quella delle sfere pitagoriche, che abbiamo dimenticato di percepire.

Su questo sfondo emerge una dimensione fondamentale: il lavoro sulla caduta e sulla gravità. Nella formazione si parla spesso di “lottare contro la gravità”; ma, a un livello più fine, non si tratta di opporsi, bensì di lasciarsi attraversare da essa. Percepire la gravità dalla sommità della testa fino alle estremità delle dita, come una cascata. La caduta non è un errore né una perdita di controllo: è una condizione primaria del movimento, un sapere da coltivare. Imparare a cadere significa imparare a distribuire, a cedere senza collassare, a trasformare la discesa in possibilità.

In questo senso, il primo interlocutore del corpo che danza non è lo spazio astratto, ma il suolo. Il pavimento è il primo oggetto di contatto, il primo “altro” con cui il corpo entra in relazione. Ogni appoggio del piede, della mano, del fianco, della schiena è un dialogo: una negoziazione tra peso e sostegno, tra abbandono e reazione. Il lavoro al suolo diventa allora una pratica essenziale, soprattutto nelle età iniziali, perché educa a sentire il peso, a riconoscere la direzione della gravità, a costruire un rapporto non violento con la caduta.

Il corpo tende costantemente ad adattarsi per garantire tre funzioni fondamentali: respirare, rispondere alla gravità e muoversi. Ogni organizzazione posturale, ogni compensazione, ogni gesto nasce da questo triplice compito. Le pratiche di movimento non sostituiscono queste funzioni: le rendono più consapevoli, più economiche, più disponibili.

In questo quadro, il “centro” (il core, situato tra ombelico e pube) assume un ruolo decisivo. È il nodo che organizza la relazione tra respirazione, asse e movimento. La pelvi, in particolare, deve trovare una posizione stabile e neutra: diritta, senza inclinazioni o rotazioni eccessive. Evitare queste deviazioni significa proteggere l’asse, permettere una trasmissione chiara delle forze e impedire compensazioni che si riflettono su colonna. Non è rigidità, ma disponibilità organizzata.

Da qui si articolano i processi di sviluppo. Fino ai 7 anni circa l’addome è più voluminoso; dall’anno seguente si può lavorare con maggiore precisione sulla collocazione pelvica. Il tema dell’asse resta centrale: un asse disorganizzato genera tensioni soprattutto nel torso superiore e nel collo; un asse dinamico distribuisce le forze, con la colonna che si allunga verticalmente e le spalle che si aprono orizzontalmente.

Anche la flessibilità segue tempi specifici: tra i 6–7 e gli 11–12 anni esiste una finestra privilegiata; prima dei 14, i legamenti (soprattutto dell’anca) consentono un lavoro più efficace. In seguito, la flessibilità globale diminuisce e richiede altre strategie. Non si tratta di “tirare” i legamenti, ma di allungarli come se si passasse il ferro da stiro.

Le scelte pedagogiche devono rispettare questi processi. Il lavoro sulle punte, per esempio, non dovrebbe iniziare prima di almeno tre anni di formazione e, in generale, non prima degli 11 anni. Allo stesso modo, il dehors deve partire dall’anca e dirigersi verso il basso: invertirne la direzione genera compensazioni nocive.

Anche ciò che appare secondario è essenziale: la mano, organo estetico ed espressivo; la spalla, la più mobile delle articolazioni, i cui muscoli devono agire come legamenti attivi; il gluteo maggiore, che sostiene tanto la vita quotidiana quanto la potenza del gesto. E lo sguardo, sempre aperto come quello di un bambino.

Imparare a danzare è imparare a entrare in questo campo di forze. È, in fondo, sapere stare dentro ciò che ci attraversa continuamente: il movimento stesso.


(Testo creato e tradotto con l’aiuto di ChatGPT e con informazioni tratte da Apuntes para una anatomía aplicada a la danza di Juan Bosco Calvo).


domingo, 19 de febrero de 2017

Muy agradecido


(Hace poco, una alumna del programa para gente que trabaja de la universidad en la que enseño me escribió este correo. Me emocioné, sobre todo porque ahora sí me emociono más seguido, de verdad).

Estimado profesor Arenas:

Buenas noches, quizás no tenga oportunidad de comunicarme con usted más adelante, aunque uno nunca sabe dónde se va volver a encontrar con las personas que pasan por nuestras vidas. Igual, no quiero dejar pasar esta oportunidad para agradecerle por su dedicación, paciencia y profesionalismo. Siendo tan joven maneja muy bien a sus alumnos, sin perder el sentido del humor, pone en claro quién es la autoridad en el aula, eso es tener personalidad.

Me da mucho gusto que la universidad cuente con buenos profesionales como usted, recuerdo cuando se presentó el primer día y nos comentó que tenía 28 años, se me vino a la mente la edad de mi hijo mayor. 

En estos casi dos meses he aprendido mucho de sus enseñanzas, la cuales son y serán de mucha utilidad en mi vida laboral y personal. Como le comenté en algún momento, tengo que desaprender muchas cosas para aprender.

Le deseo los mejores éxitos en su vida profesional y personal.

Que tenga un buen fin de semana,

E. V.

domingo, 6 de septiembre de 2015

Diez tesis sobre la enseñanza de la redacción



                          
I

Dos son los conceptos más importantes en la enseñanza de la redacción: proceso y estructura; y lo son porque han sido la causa de incontables extravíos.


II

En términos estrictos, la noción de “proceso de redacción” es una fábula pedagógica que sirve, entre otras cosas, para tranquilizar el ánimo de los profesores. Como en la vida, no existen “principios” ni “fines” en este tipo de menesteres. Así, uno puede redactar un texto sin haber realizado un esquema previo o concluirlo sin dedicar un tiempo específico para su corrección. Lo importante no son las etapas, sino las competencias (analíticas, técnicas y críticas) que se deberían poner en acción en cada una de ellas y simultáneamente.


III

Aristóteles nunca llamó “lógica” a la ciencia de la demostración e inferencia válidas. Él usó el término analítica, cuyo significado era “desatar”. Por lo tanto, el discurso coherente y ordenado, el logos, no aparece como creación del individuo, debido a que sus insumos lo anteceden históricamente. El redactor no inventa, desenreda; y, para ello, toma prestadas palabras ajenas. Pero conseguir esas palabras requiere tiempo. Tiempo para conversar cuando quienes las pronuncian están cerca y son contemporáneos; tiempo para leer cuando vienen de lejos o del más allá.


IV

Es obvio entonces que sería más fácil -y menos infructuoso- que en lugar de enseñarle a alguien a escribir, se le orientara a escoger con estilo a sus futuros interlocutores.


V

Debemos distinguir entre técnica, propedéutica y método. La técnica es, simplemente, un saber instrumental, un saber-hacer. En ese sentido, uno puede saber-escribir, pero no por ello estar capacitado para trasmitir ese conocimiento. La propedéutica, por otra parte, es la enseñanza preparatoria para el estudio de una disciplina. La enseñanza de la redacción no es una propedéutica porque no es antesala de ningún saber, es un fin en sí misma. Uno no aprende a escribir para ser mejor politólogo, administrador o ingeniero, uno aprende a escribir para hallar una verdad y compartirla con alguien. Esto último se llama método.


VI

Todo texto es perfectible. O, lo que es los mismo, ninguno es más que un “borrador”. Cada “versión definitiva” es fruto de una derrota, ya que la intención comunicativa del redactor es constantemente traicionada por la escritura. Solo la voluntad es capaz de hacer menos evidente dicho fracaso. La voluntad es esa resistencia contra la naturaleza misma del lenguaje. Hay que enseñar esa resistencia.


VII

Algo podemos rescatar de la noción de proceso: su circularidad. Cada vez que alguien vuelve a colocar una letra detrás de otra, retoma la escritura de un único texto, cuya última oración coincide siempre con su propio final.


VIII

Una estructura es, al mismo tiempo, un apoyo y un lastre. Como una fotografía, es una prótesis de la realidad.


IX

Primera prótesis: el “esquema de comprensión”. El verdadero contenido de un organizador gráfico no es el tema que ha servido de excusa para su elaboración sino la cartografía mental levantada por quien lo hizo. Hacer evidente para el mismo sujeto la arquitectura de sus ideas es más útil que corregir un par de errores de diseño. Segunda prótesis: el “esquema de redacción”. Sea una secuencia numérica, un cuadro o un diagrama de flujo, la intención es una: retrasar la textualización con la esperanza de que la distancia permita observar con mayor objetividad nuestras ideas. Sin embargo, la solución podría ser otra: convertir al neófito escritor en su más crítico y confiable lector. "Autoevaluación", le dicen los entendidos.


X

Sí se puede evaluar la escritura. De hecho, a cada instante se la "(co)evalúa". La metodología es sencilla y no consiste en comprobar el uso de reglas gramaticales, ortográfica o de puntuación. Si un texto tiene un estilo propio, si su estilo atrapa lectores, si los lectores lo incluyen en sus conversaciones y escriben otras cosas a partir de él; entonces sí, ha logrado su cometido, ha encontrado su cauce y, probablemente, ha justificado un poco nuestra labor. 


Coda

Un texto que no circula es como un aborto. Ninguno de los involucrados (docentes o aprendices) quiso responsabilizarse, sinceramente, de él. 

sábado, 13 de diciembre de 2014

La angustia de contratransferencia en la relación profesor-alumno



Obra de Gottfried Mind (1768-1814), el "Rafael de los gatos", pintor autista suizo


Cuando estudiaba en la universidad, llevé un curso sobre psicoanálisis aplicado a la literatura. Recuerdo que ese semestre, nos dedicamos a leer y comentar con detenimiento el Seminario 10 (1962-1963) de Lacan dedicado a la angustia. Ese fue mi primer acercamiento académico al tema. Digo esto porque yo ya había experimentado, como muchas otras personas a lo largo de sus vidas, el sobrecogimiento característico de dicho estado. La última vez que había tenido un cuadro similar había sido después de apuntar a mi hermana con la pistola de mi papá, pensando que estaba descargada. Me había asegurado de quitarle la cacerina. A pesar de esto, no llegué a dispararle, pero sí apreté el gatillo hacia mi escritorio y perforé la madera y varios papeles con la bala que había quedado alojada en el interior del arma. Después de eso se presentó el ataque de angustia que me dejó extenuado y con el ánimo hecho pedazos.

Psicoanálisis de la angustia

Lacan decía, con uno de esos giros propios de su estilo, que la angustia se producía por la "falta de una falta", es decir, por la ausencia de aquello que cubre al "objeto". Yo asumí -y aún lo hago- que se trataba de aquello conocido por los lacanianos como el "fantasma", la pantalla que separa al sujeto de la verdadera causa de su deseo: la cosa, el resto. La angustia es una especie de develamiento. Para explicarlo no se me ocurre nada mejor que recurrir a un ilustrativo ejemplo: Edipo arrancándose los ojos frente al espectáculo del incesto y parricidio cometidos.

El seminario de Lacan es un extenso comentario del artículo “Inhibición, síntoma y angustia” (1926) de Freud. El vienés había escrito este texto en respuesta al libro de Otto Rank, El trauma del nacimiento (1924). En él, Rank planteaba que las crisis de angustia son una repetición del “primer trauma” producido durante el parto. El discípulo no hacía más que desarrollar las ideas iniciales de Freud sobre el particular, las cuales estaban centradas en el carácter somático de la angustia, y no incluían una explicación psíquica. Sin embargo, en su artículo, Freud propone un origen distinto para este fenómeno. Antes de ello, distingue los conceptos de “inhibición” y “síntoma”. El primero es una disminución de una de las “funciones del yo” (sexual, alimenticia, motriz, profesional) y el segundo hace referencia a una modificación desacostumbrada de dichas funciones. Solo la última corresponde a la señal de un proceso patológico. El síntoma, como la inhibición, oculta lo reprimido; pero lo tramita ineficazmente. Conviene en este punto revisar otro texto.

En el año 1919, Freud publica un artículo, muy literario, sobre “Lo ominoso” (Das Unheimliche). Parte de un análisis etimológico simple: Heim, en alemán, significa ‘hogar’; Heimlich, por lo tanto, es ‘familiar’ u ‘hogareño’; y Unheimlich es lo lejano, exótico y esotérico, lo que nos produce temor; en una palabra, lo ‘siniestro’. Lo temible está en el seno de la casa, de la propia casa que es también el cuerpo. Y cuando despierta, nos afecta de forma significativa. La separación del vientre materno, el corte por el lenguaje de la función paterna, el amor caníbal de la madre, el miedo al descuartizamiento debido a la perdida de las secreciones, la castración; todo apunta a un temor originario: reducirse a objeto del deseo del Otro, desaparecer. Ese miedo, como Nietzsche lo había intuido, retorna eternamente y, eternamente, es ocultado del plano simbólico, es reprimido; y su determinante es separada de nuestra vida como un momento “no-biográfico” o, como diría Lacan, es forcluido. Cuesta recordarlo porque no quisiéramos haberlo sufrido.

Freud, en el artículo de 1926, asigna como causante de la represión a la angustia, con lo que cambia su enfoque anterior que la entendía como consecuencia o efecto de lo reprimido. Las represiones -como ya es conocido- tienen una raíz sexual para él. Pero, ¿por qué las produce la angustia? Porque la angustia es una defensa que nos protege del “trauma de la castración”, que no es más que el miedo al desmembramiento, a la separación, al corte. (El nacimiento es un hecho traumático, pero no es el único; por lo tanto, debe ser tomado en cuenta por su valor metafórico y no referencial respecto a las sensaciones angustiantes.) La angustia es productiva. Crea al fantasma, elabora las inhibiciones y desplaza los síntomas. Queda pendiente entonces analizar un punto: ¿Cuál es el mecanismo de la represión? ¿Cómo lo activa la angustia?

Este es el último texto de Freud que comentaré: La interpretación de los sueños (1899). En el último capítulo de este libro, Freud presenta su primera tópica, es decir, un esquema tentativo del funcionamiento de la psique humana que no modificaría hasta 1923. Con fines pedagógicos, establece como modelo el circuito de estímulo-respuesta, propio del sistema nervioso. En el polo del estímulo se encuentran las “percepciones” (internas y externas) y en el polo de la respuesta se ubican las reacciones motrices. Este último extremo, la “motilidad” que modifica el mundo que rodea al sujeto, va perfeccionando sus respuestas debido a que las percepciones son almacenadas a lo largo del tiempo en un conjunto de sistemas, llamados por Freud, “mnémicos”. Los sistemas mnémicos asociación las percepciones a reacciones motoras y almacenan estas asociaciones en la memoria. Mejor dicho, construyen así la memoria. Lo que la fija es su relación con algo que Freud nombraba como la “economía libidinal” del yo, que es básicamente la relación entre el placer y el displacer que produce una percepción y la acción motriz que puede conseguirlo o prolongarlo. Sin embargo, existen percepciones placenteras que son censuradas por una instancia que gobierna la motilidad voluntaria del sujeto conocida como el “preconciente”. Esta es la puerta de acceso a la motilidad y, sin su aprobación, nada es llevado al plano de la realidad. Esos sistemas que fijaron asociaciones prohibidas forman un sustrato y, por lo general, se remontan a la infancia de la persona. Ellas conforman el “inconciente”.

Pues bien, ¿cuál es el papel de la angustia? Freud intuyó que, durante el día, los deseos incocientes emergen constantemente y son sometidos a la censura del preconciente. Los que escapan alcanzan la motilidad y producen los olvidos, las fantasías diurnas, las equivocaciones, la tartamudez, y demás psicopatologías de la vida cotidiana. Los otros son desfigurados (condensación y desplazamiento) y retornan al polo perceptivo para ser “investidos” visualmente con recuerdos recientes (miramiento por figurabilidad). Durante la noche, intentan sorprender al preconciente, pero solo logran captar su atención y son detenidos en las puertas de la motilidad e investidos con cierto sentido narrativo (miramiento por la coherencia y la inteligibilidad), lo que termina por producir el sueño. La elaboración del sueño excede así los límites del dormir. ¿Y la angustia? Cerca. Existen tres tipos de sueños: los infantiles, cuyos deseos no están reprimidos y, por lo tanto, no son desfigurados; los adultos, sometidos a la censura, reprimidos y desfigurados; y los de angustia, que nos muestran deseos reprimidos, pero no desfigurados. Es decir, sin fantasmas, sin pantallas, sin máscaras; como el rostro de la Gorgona, nos petrifican y espantan.

La identidad es una instancia sumamente precaria que sufre la amenaza de su aniquilación inminente a cada segundo. Pero el enemigo vive en casa. Por eso, existen mecanismos establecidos para ejercer la represión, una actividad constante que implica un gran desgaste psíquico. Eventualmente, al dormir o con alguna distracción, la censura se relaja, emergen los deseos ocultos y ponen en peligro al yo del sujeto. Emerge la angustia, detecta a los “intrusos familiares” y elabora un nuevo compromiso: Perseo usando la cabeza de la Medusa para salvar a Andrómeda. Se modifican los mecanismos de la represión y la identidad sale fortalecida de este impacto con lo Real. Hasta el próximo ataque, claro.

Una relación terapéutica

Hans Zulliger fue un pedagogo y psicoterapeuta suizo que intentó aplicar los alcances del psicoanálisis freudiano para su trabajo como docente. Acabo de leer de él un interesante libro titulado El niño normal y su entorno (1979), el cual reúne cinco ensayos, escritos en los años 50, sobre los problemas y algunas soluciones desde la clínica para enfrentar las dificultades en el aprendizaje escolar de los niños. Uno de los artículos está centrado en la angustia infantil. Al respecto, Zulliger dice:

Así como la vida prehistórica de la humanidad está plagada de temores, la vida de nuestros niños se halla también bajo el filo de la angustia. Tan solo, más adelante, con el pasó de los años, recordamos, embelleciéndola, nuestra infancia como una época libre de preocupaciones y un manantial de felicidad: nos hemos distanciado con respecto a las penas y angustias infantiles, que nos parecen desprovistas de importancia desde nuestro punto de vista de adultos. Olvidamos que en su tiempo nos parecían gigantescas [p. 11, cursivas mías].

El suizo coincide con lo que venimos señalando cuando afirma que “la angustia es producida y sentida por el Yo”, es decir, la conciencia. El peligro que la detona puede ser de tres tipos: i) la irrupción pulsional o “angustia-del-Ello”; ii) el castigo o “angustia-del-Super-Yo”; y iii) el displacer próximo o “angustia ante la angustia”. La última ocurre cuando se prevé la emergencia de cualquiera de las anteriores, por lo que no resulta determinante para explicar este fenómeno; las otras dos, en realidad, son complementarias. El retorno de lo prohibido avergüenza al sujeto, lo hace sentir culpable porque teme la mirada del Otro, quien lo juzgará con dureza por haber sucumbido momentáneamente a su deseo. Hasta aquí, nada nuevo.

El aporte de Zulliger se encuentra en otro aspecto. Para él, la relación entre el profesor y el alumno es una relación terapéutica. La angustia infantil nace en el hogar y se desplaza de dicho lugar hacia la escuela. La matriz familiar no siempre brinda el soporte adecuado para la estabilidad emocional del pequeño. A esto agregaría que casi nunca lo hace. Por desplazamiento y condensación, como ocurre en el sueño, las figuras opresoras y castradoras de la casa son superpuestas sobre la imagen del docente. Entonces, es el propio docente, sin que lo sepa, el detonador de la angustia del niño. Por ello, antes de enfrentar su labor pedagógica, debe salvar un escollo invisible: las posibles transferencias negativas de sus alumnos hacia su persona. Se torna necesario que descontaminé su imagen a través de la psicoterapia. Solo de esa manera se logrará una conexión afectiva positiva, que permita el aprendizaje normal de sus estudiantes. El problema es que realizar un trabajo de este tipo requiere capacitación y tiempo; factores que nuestro sistema educativo “industrializado” no privilegia. Sin embargo, incluso superado este obstáculo, queda otro pendiente: la contratransferencia.

La vocación imposible

Yo estuve trabajando durante dos años en una institución educativa particular de mediano reconocimiento en la capital. Dicha corporación, y sus franquicias, aplican un modelo educativo seudo-especializado que busca entrenar al alumno en la asimilación de la información necesaria para ingresar a la universidad. Es decir, es un colegio preuniversitario. Aunque sus directivos han ideado un soporte de acompañamiento al alumnado, conocido como “sistema de tutorías”; no es efectivo ni está bien diseñado. Además, los profesores son personas que manejan de forma empírica las herramientas pedagógicas necesarias para el dictado. En realidad, pocos son docentes formados profesionalmente. Yo era uno de esos improvisados.

En junio, por diversos motivos, fui despedido de dicha institución. Sentí un gran alivio, no estaba hecho para la docencia escolar. Un par de semanas después, escribí este párrafo:

Ignacio dio un paso hacia atrás en mitad del aire. Los vidrios dispersos de la ventana se reencontraron con su rostro. Sus extremidades se contrajeron para atravesar la abertura que estaba a sus espaldas. Puso un pie sobre los mosaicos del piso y retrocedió a grandes zancadas. Esquivó las carpetas vacías y los bultos regados por el suelo. Llegó de un brinco hasta el taburete de madera ubicado al fondo del salón. Con gracia, cayó sobre sus dos pies juntos. Miró a ambos lados por un instante. La preocupación de su rostro desapareció en un gesto de alivio. El arma salió del tacho que estaba a su izquierda y, atraída por una fuerza invisible, se posó en la palma abierta de una de sus manos que había subido diagonalmente a su encuentro. La otra la tomó por debajo para asegurar su posesión. Apuntó hacia adelante. Entraron algunos niños por la puerta que estaba a su derecha. No hubo gritos. Varios uniformados se levantaron del suelo y se acomodaron en sus asientos. La sangre retrocedió de las paredes. Pequeñas partículas metálicas salieron de los cuerpos recién despertados. Desde las cabezas, brazos y pechos, escondidas, avanzaban en línea recta en dirección a la boca del arma. Con cada descarga, un chispazo iluminaba el sonriente rostro de Ignacio.

Al inicio, sentí que era una pequeña vendetta. Mi objetivo era más atacar al colegio y no a los niños. (No padezco, todavía, una psicopatología.) Luego, olvidé estás líneas y seguí viviendo, más tranquilo y reposado. Hay dos características del texto que atraen mi atención ahora. La primera es el modo en el que está narrado. Al inició, creí que la elección de la forma de un cuento de Carpentier, “Viaje a la semilla” (1944), era arbitraria; después, me percaté de que era una excusa, el tema calzaba con el estilo porque se trataba de una regresión hacia lo antiguo, lo primitivo, lo reprimido: mi infancia. Lo segundo fue el nombre del protagonista. Ignacio proviene de la palabra latina ignĕus, ‘fuego’. El iluminado es una manera plástica de traducir su nombre. Ha alcanzado a ver algo que los demás no. La identificación se refuerza conmigo por mi pasado vinculado a la figura de Ignacio de Loyola; y porque, unos meses más tarde, se despertó en mí una gran curiosidad por investigar a San Ignacio de Antioquía, quien se solía presentar en sus cartas como el Teóforo o “portador de Dios”. Este santo murió devorado por las fieras en Roma.

Un salón de clase puede convertirse en el circo romano y eso lo saben todos los que alguna vez han ingresado a uno para enseñar por primera vez. Yo, alguna vez, como un profesor inexperto, había entrado para saciar el hambre de los leones. La directora había sido Trajano. Mi vida pendía de la posición de su pulgar. Recuerdo que quedó en alto, pero el trauma se instauró para siempre en mi interior. Aunque después tuve más éxito, no olvidé, reprimí y seguí temiendo. La angustia había hecho su trabajo. Pero a cambio, había anudado el nuevo trauma a un complejo anterior, más antiguo; y este emergió con la escritura. El arma de fuego, las detonaciones. Yo ya me había enfrentado a eso antes. Eran el arma paterna, el fratricidio frustrado de casualidad, la autoinculpación siguiente y el retorno de lo reprimido. Lo que me mostró la escritura fue que yo había hecho contratransferencia en los alumnos.

Zulliger afirma que, a veces, el maestro ve en el niño pequeño a su hermano, a su hijo, a su nieto y, en el peor de los casos, a sí mismo. Yo condensé un par de esas imágenes e ideé una fantasía diurna, una ficción, para fijarla en mi aparato psíquico de manera inofensiva. Cada disparo cumple un deseo prohibido del inconciente, matar a mi hermana; y un deseo censurador del preconciente, suicidarme con el arma como castigo por la acción anterior. Como en el sueño, emerge una narrativa que satisface a ambos sistemas. Por ello, intuyo que no existe una vocación más difícil que la del pedagogo. Se enfrenta a un pasado que ha olvidado adrede y que emerge por contratransferencia, todo el tiempo, frente a él. La puerilidad lo desequilibra, corroe las amarras y quema los barcos que lo trajeron desde la patria de la adultez. Un profesor es un náufrago en medio de la selva salvaje de la niñez, de su niñez.

Apéndice: Interacciones riesgosas

En el 2009, la Universidad de Lima publicó un librito del semiólogo Eric Landowski, Interacciones arriesgadas. En este, el autor propone cuatro formas distintas en las que el sujeto se relaciona con los demás:

1.       El rol accidental: el sujeto es lanzado al mundo, indefenso y desprotegido.
2.       La modalidad de la manipulación: el sujeto pacta con el mundo, lo cosifica y trata como un objeto subordinado a él.
3.       El rol programático: se produce la desubjetivación del yo que lo vuelve un objeto rodeado de otros objetos.
4.       La modalidad del ajuste: el sujeto recupera su condición y se relaciona con otras subjetividades adecuándose a ellas, sorprendiéndose y aprendiendo constantemente.

Tres de estas interacciones son psicopatológicas. Lo accidental está vincula con la reacción histérica, repulsiva y letal; lo manipulador con la psicopatía maquiavélica; la programación con la depresión neurótica. Solo el ajuste es señal de una resolución adecuada del trabajo de la angustia.

Existen muchos docente accidentales, los improvisados, los arrojados a las fieras; otros son calculadores, están entrenados y conocen las herramientas pertinentes, pero carecen de flexibilidad, fuerzan al niño y su educación, pecan de no mirar el contexto y aplicar modelos universales de enseñanza; un tercer grupo aglutina a los que han tirado la toalla, los aburridos, los docentes-muebles, los faltos de motivación e ideas, los que van solo por cumplir; finalmente, escasos pero significativos, a veces nos cruzamos con un profesor que no evade la angustia de contratransferencia con ninguna táctica, que se enfrenta a ella sin cerrar los ojos, aunque implique su aniquilamiento y el del niño, aunque queden ambos petrificados y sin palabras. Ellos nos marcan. Se trata de personas que nos conducen de la mano, cuando entran al aula cada mañana, en ese viaje necesario que debemos hacer al corazón nuestras propias tinieblas.