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sábado, 26 de noviembre de 2022

Non ci ha creduto

 


Foto di Andrea Ranzi


Le dijo que sea infinito mientras dure amor,

que sea infinito.

pamela rodríguez

 

I

Qualche anno fa, quando ero ancora giovane e abitavo a Lima, ascoltavo tutto il tempo una canzone indie di una compositrice peruviana che parla dell’“amore liquido”, cioè, di quel modo di concepire i rapporti sentimentali in cui non si garantisce al partner la costanza delle promesse nuziali, ma sì l’intensità di una passione sincera e profonda, per quanto effimera possa essere. Ebbene, una settimana fa ho avuto l’opportunità di vedere la mia prima opera lirica in Italia, il Lohengrin (1849) di Wagner, in una città di grande tradizione di rappresentazioni wagneriane, Bologna, e subito dopo le quattro ore di spettacolo mi sono ricordato di quella vecchia canzone che parla di un “amore infinito finché dura”. Quella che all’inizio era una semplice associazione di idee, è stata rafforzata da alcuni testi contenuti nel programma dell’opera. Ad esempio, da un articolo di giornale su un’altra messa in scena, sempre bolognese, degli anni Venti del secolo scorso, estraggo il seguente paragrafo:

Lohengrin è il dramma dell’ideale: ha una vasta portata, un grande significato. Il cavaliere del Graal che discende dalle regioni eteree a farsi vindice di una innocente fanciulla, vittima di orrenda macchinazione, simboleggia in forma sensibile, plastica, l’ideale al quale ciascuno di noi si abbandona nei momenti più burrascosi della vita per attingervi ogni speranza e per trarne motivo di gioia. Ma non appena la cieca fiducia vien meno, non appena l’ansito del dubbio ci percuote, e a questo ideale sognato si vogliono dare i contorni della realtà, ecco che il fantasma si rivela per tale, e sparisce distruggendo ogni nostra fede, e ritorna annientato, nel mondo della irrealtà dal quale è disceso.

C'è però una differenza tra la lettura che si fa oggi di questo amore liquido e l’interpretazione di un secolo fa: mentre nel primo caso è vista come un’esperienza positiva, un modo di relazionarsi pieno di verità e che elimina le bugie delle convenzioni borghesi; nel secondo caso è un’esperienza negativa che «distrugge ogni nostra fede». Forse, per via della postmodernità, che è stata più una “struttura del sentimento” come diceva Raymond Williams che una corrente organizzata di pensiero, forse grazie ad essa ci è più facile pensare alla storia di Lohengrin ed Elsa come una bella parabola di ciò che succede oggi a tante coppie nel mondo occidentale. Forse è questa una delle cause della freschezza che trasuda ancora “l’opera romantica” di Wagner.

II

Questo è il primo testo che scrivo su uno spettacolo d’opera lirica. Il motivo è molto semplice: la fortuna. Mai in vita mia ho avuto la fortuna di ascoltare dal vivo i principali responsabili di una messa in scena di questo tipo: il direttore d’orchestra e il regista.

Pochi giorni prima che andassi a vedere lo spettacolo al Teatro Comunale, presso il foyer dello stesso posto, era stato organizzato un convegno sui rapporti tra Verdi e Wagner in occasione della prima italiana del Lohengrin (con libretto italiano) realizzata a Bologna nel 1871. Quel pomeriggio l’israeliano Asher Fisch, responsabile della direzione dell’orchestra, tenne un discorso in cui rimarcava come Verdi fosse andato a vedere l’opera del suo rivale tedesco in incognito e avesse riempito il libretto di appunti negativi. Ma la cosa veramente interessante fu quando Fisch, seduto al pianoforte, ci fece ascoltare alcuni brani musicali delle opere dell’italiano, in particolare dell’Otello (1887), che rivelavano una forte influenza dei procedimenti compositivi di Wagner. Verdi aveva impiegato circa quindici anni, e diverse letture, per digerire ciò che lo interessava della “musica dell’avvenire”.

Un’altra felice coincidenza. Iscritto all’Università di Bologna a un corso di storia della regia lirica, ho avuto modo di parlare con il direttore dell’allestimento del Lohengrin perché il professore lo aveva invitato a una lezione. Devo dire che l’incontro con l’italiano Luigi de Angelis è stata un’esperienza interessante perché, in termini generali, ho condiviso la sua visione del presente e del futuro dell’opera lirica. Per lui il teatro (e l’opera ha un piede su quel terreno) non può essere slegato da ciò che accade intorno a sé e deve in qualche modo incorporarlo. Allo stesso modo, ci ha informato sui complessi meccanismi e negoziazioni che avvengono all’interno del sistema operistico e che rendono più complesso il lavoro di un regista teatrale e videoartista come lui quando affronta progetti come il Lohengrin.

Con tutti questi incontri, la mia motivazione a vedere il lavoro era piuttosto alta. Tuttavia, alla fine dello spettacolo, devo dire che ho lasciato il teatro con sentimenti contrastanti per quanto riguarda la messa in scena. E siccome il professore del corso universitario mi aveva detto, in tono scherzoso, che sarebbe interessato a conoscere il motivo della mia insoddisfazione, ebbene, ecco perché ho deciso di scrivere questo testo...

III

Mi concentrerò sulla messa in scena (luci, suono, costumi, gestione degli attori/cantanti, scenografia, ecc.). L’opera è divisa in tre atti (rispettivamente di tre, cinque e tre scene). Ogni atto è preceduto da un preludio.

Primo atto

Per il preludio, De Angelis ha scelto di proiettare sullo sfondo del palcoscenico, circoscritto dalle tre pareti di una specie di scatola, il video di una foresta di alberi avvolta nella nebbia. È stata una buona intuizione, anche se ho trovato un peccato che gli oggetti scenici nell’ombra non consentissero guardare la proiezione senza ostacoli (forse a causa di limiti tecnici). La prima scena è stata allestita come un’aula di tribunale nello stile dei processi nazisti a Norimberga. I costumi (Chiara Lagani) hanno mantenuto tutti la stessa estetica e questo è stata un’altra scelta corretta, fino all’arrivo di Lohengrin nella seconda scena, che appare in abito bianco illuminato da luci al LED che hanno distrutto l’armonia visiva. Un altro punto negativo è stato l’inserimento di primi piani di un cigno in stile iperrealista e con colori saturati che rompevano i toni tenui del video del fiume calmo (che dava un’idea chiara che l’eroe proveniva dalla natura) proiettato durante la scena del processo. Altri elementi superflui erano l’orologio digitale che pendeva dal soffitto per scandire l’ora del processo, il cambio d’abito dei tribuni, le spade giganti che entrano dai lati dello scenario quando Lohengrin e Telramund combattono, e l’illuminazione rossastra in alcuni momenti culminanti dell’atto. Indubbiamente è stato opportuno che l’Araldo chieda sul bordo del palco se qualcuno tra il pubblico era disposto a difendere Elsa nel “giudizio di Dio” che si stava per svolgere con le luci della sala accese mentre gli spettatori si guardavano perplessi.

Secondo atto

Il piccolo preludio del secondo atto passò inosservato. Successivamente, in cambio, si è mostrato il meglio di questa messa in scena. Il regista ha pensato ad un contrasto molto efficace tra basso/rosso/Ortrud e alto/blu/Elsa. Inoltre, la scena minimalista aveva una luce viola fluorescente che divideva orizzontalmente il palcoscenico tra la dimensione della cospirazione tra Ortrud e Telramund (prima scena), e quella della purezza e della fiducia di Elsa (seconda scena). L’uso della proiezione di un film come simbolo della figura serpentina di Ortrud (che brucia al culmine della sua malvagità) è stata un’altra scoperta significativa della regia, sebbene l’inclusione dei segmenti con il conto regressivo fosse del tutto inutile. Un altro elemento di poca importanza era senza dubbio il labirinto che si proiettava dall’alto dello scenario e che dal punto di vista dal pubblico (io ero in platea) appena si vedeva. Ma qui arriviamo alla svolta dell’allestimento perché la terza, quarta e quinta scena sono state le meno convincenti di tutto lo spettacolo: costumi del coro femminile estremamente colorati e fuori dall’estetica guerriera e militaresca presentata all’inizio; il vestito di Elsa che brillava come quello di Lohengrin; combinazione bruttissima di luci verdi, rosa e rosse; svelamento di una croce con riflettori di intensità troppo forte che disturbavano la vista degli spettatori; apparizione del bambino del primo preludio, il fratello scomparso di Elsa, con il cigno di cartapesta senza alcun legame con l’azione drammatica. Di tutta questa parte si salvano solo l’uso di un’orchestra nascosta come metodo di spazializzazione del suono e il finale di atto con Ortrud e Telramund abbracciati e soddisfatti per aver riempito Elsa di incertezze.

Terzo atto

È stato ben fatto poter ascoltare il preludio con il palcoscenico al buio accompagnati dall’attore che rappresenta Wagner debolmente illuminato in uno dei palchi laterali della sala. Nella prima scena, il coro delle donne è stato abilmente nascosto, conferendo alla scena un aspetto solenne (anche se il palcoscenico vuoto all’inizio potrebbe essere riempito con qualcosa) che, purtroppo, è stato interrotto dal quadro di opera buffa nella seconda scena, quando Lohengrin insegue Elsa in quella che sarebbe una camera da letto. Ancora in quella scena, la scelta cromatica della scenografia (blu), dei costumi (finalmente il tenore si è tolto l’orribile abito bianco) e degli oggetti scenici (la gigantesca spada a destra che scende lentamente verso il cigno situata verso il fondo) ha dato un chiaro resoconto dei dubbi che avevano invaso l’animo di Elsa nei confronti del suo irreprensibile marito. Nel passaggio alla terza scena, una scelta intelligente è stata quella di mostrare il cambio di scena che ritorna all’ambientazione giudiziaria iniziale. Tuttavia, è stato spaventoso vedere di nuovo Lohengrin con il completo bianco, che sembrava anche adattarsi abbastanza male al cantante, e la riapparizione della ripresa filmica della testa del cigno in fondo allo scenario.

Una persona che aveva anche visto la messa in scena mi ha detto che sembrava che il regista abbia avuto un’idea, ma non l’aveva sviluppata fino in fondo. La risposta, probabilmente, è che non ci ha creduto. Come molti di noi che stavamo a teatro, non ci abbiamo creduto.


viernes, 28 de octubre de 2022

La ópera lírica (de mi vida)



Bryn Terfel como Don Giovanni


Esta es una lista (para fines eminentemente personales) de las óperas líricas (y oratorios) que he visto en vivo o a través de grabaciones en orden cronológico según su estreno (año, lugar, compositor y libretista):

    Il Combattimento di Tancredi e Clorinda (1624, carnaval de Venecia, Claudio Monteverdi, Torquato Tasso)

    L'incoronazione di Poppea (1643, Teatro Santi Giovanni e Paolo/Venecia, Claudio Monteverdi, Giovanni Francesco Busenello)

    Rinaldo (1711, Queen's Theatre/Londres, Georg Friedrich Händel, Giacomo Rossi)

-        La serva padrona (1733, Teatro San Bartolomeo/Nápoles, Giovanni Battista Pergolesi, Gennaro Antonio Federico)

         Messiah (1742, Neal's New Music Hall/Dublín, Georg Friedrich Händel, Charles Jennens)

-        Le nozze di Figaro (1785, Burgtheater/Viena, Wolfgang Amadeus Mozart, Lorenzo da Ponte)

-        Prima la musica e poi le parole (1786, Schloss Schönbrunn/Viena, Antonio Salieri, Giovanni Battista Casti)

-        Der Schauspieldirektor (1786, Schloss Schönbrunn/Viena, Wolfgang Amadeus Mozart, Gottlieb Stephanie)

-        Don Giovanni o sia Il convitato di pietra (1787, Teatro San Moisè/Venecia, Giuseppe Gazzaniga, Giovanni Bertati)

-        Il dissoluto punito, ossia il Don Giovanni (1787, Ständetheater/Praga, Wolfgang Amadeus Mozart, Lorenzo da Ponte)

-        Così fan tutte, ossia La scuola degli amanti (1790, Burgtheater/Viena, Wolfgang Amadeus Mozart, Lorenzo da Ponte)

-        Die Zauberflöte (1791, Theater auf der Wieden/Viena, Wolfgang Amadeus Mozart, Emanuel Schikaneder)

          Die Schöpfung (1799, Burgtheater/Viena, Joseph HaydnGottfried van Swieten)

-        Almaviva, o sia L'inutile precauzione (1816, Teatro Argentina/Roma, Gioachino Rossini, Cesare Sterbini)

-        Mosè in Egitto (1818, Teatro San Carlo/Nápoles, Gioachino Rossini, Andrea Leone Tottola)

-        Semiramide (1823, Teatro La Fenice/Venecia, Gioachino Rossini, Gaetano Rossi)

         Il viaggio a Reims ossia L'albergo del Giglio d'Oro (1825, Théâtre Italien/París, Gioachino Rossini, Giuseppe Luigi Balòcchi)

-        Maria di Rohan (1843, Kärntnertortheater/Viena, Gaetano Donizetti, Salvatore Cammarano)

-        Giovanna d’Arco (1845, Teatro alla Scala/Milán, Giuseppe Verdi, Temistocle Solera)

         Lohengrin (1850, Großherzogliches Hoftheater/Weimar, Richard Wagner)

-        Rigoletto (1851, Teatro La Fenice/Venecia, Giuseppe Verdi, Francesco Maria Piave)

         La traviata (1853, Teatro La Fenice/Venecia, Giuseppe Verdi, Francesco Maria Piave)

-        Faust (1859, Théâtre Lyrique/París, Charles Gounod, Jules Barbier y Michel Carré)

-        Tristan und Isolde (1865, Königliches Hof-und Nationaltheater/Múnich, Richard Wagner)

         Carmen (1875, Opéra-comique/París, Georges Bizet, Henri Meilhac y Ludovic Halévy)

-        Lo schiavo (1889, Teatro Imperial D. Pedro II/Río de Janeiro, Antônio Carlos Gomes, Rodolfo Paravicini)

         La bohème (1896, Teatro Regio/Turín, Giacomo Puccini, Giuseppe Giacosa y Luigi Illica)

-        Motsart i Salyeri (1898, Teatro Solodovnikov/Moscú, Nikolái Rimski-Kórsakov, Aleksandr Pushkin)

-        Tosca (1900, Teatro Costanzi/Roma, Giacomo Puccini, Giuseppe Giacosa y Luigi Illica)

-        Salome (1905, Königliches Opernhaus/Dresde, Richard Strauss, Hedwig Lachmann)

          Bà Wáng Bié Jī (1918, Pekín)

         Turandot (1926, Teatro alla Scala/Milán, Giacomo Puccini y Franco Alfano, Giuseppe Adami y Renato Simoni)

-        Les mamelles de Tirésias (1947, Opéra-Comique/París, Francis Poulenc, Guillaume Apollinaire)

-        Einstein on the Beach (1976, Théâtre Municipal/Aviñón, Philip Glass, Robert Wilson)

-        Heart Chamber (2019, Deutsche Oper Berlin/Berlín, Chaya Czernowin)

-        L’ombra di un meriggio lontano (2022, DAMSLab Teatro/Bolonia, Virginia Guastalla) 

miércoles, 16 de diciembre de 2015

Proust, otra vez. (Breve apunte pictórico)



…él planteó mediante la palabra algunas
de las bellezas de la naturaleza y el hombre
con la habilidad artística y claridad que pocos
escritores han igualado; proporcionó apreciaciones
sobre cuadros y edificios que los especialistas
del arte raramente logran; dejó constancia de
la historia social de las artes de su época; creó
a Elstir, y desparramó por su novela muchas
observaciones y pensamientos sobre el arte que
son originales y estimulantes.

I. E. Dunlop («Proust y la pintura»)





Proust creó un triángulo perfecto para representar, no el arte de su tiempo, sino la idea que él tenía de dicho arte, un triángulo cuyas aristas fueron tres personajes complejos y cambiantes, nacidos de la aglutinación de muchos otros artistas reales: Bergotte (literatura), Ventuil (música) y Elstir (pintura)[1].

Así, Bergotte ha sido asimilado por Elizabeth Bowen («Bergotte») a los novelistas franceses Paul Bourget (1852-1935), Auguste-Maurice Barrès (1862-1923) y, especialmente, Anatole France (1844-1924); sin dejar de lado, en menor medida y no solo por la admiración de las catedrales góticas, al prosista inglés John Ruskin (1819-1900).

Por otro lado, podemos identificar en el viejo Vintuil, autor de la célebre frase musical con la que se enamora Charles Swann de Odette de Crecy, a Georges Bizet (1838-1875), Charles de Saint-Säens (1835-1921), Éric Satie (1866-1925) y, apenas tal vez, a Claude Debussy (1862-1918). Sin embargo, aunque ajeno a la representación del músico, no se puede dejar de mencionar a Richard Wagner (1813-1883), tan preocupado de la arquitectura de la obra total como el propio Proust.

Pero, es en el terreno de las artes plásticas en el cual la novela muestra una deuda mayor. Así, según Victor Graham (The Imagery of Proust), de 4 578 imágenes creadas por el autor, 203 proceden de la pintura, a comparación de las 171 que vienen de la música; y aunque el mayor número provenga de la descripción de la naturaleza (944); de estas, 326 están relacionadas con el agua y el mar, tema de muchos cuadros impresionistas. Por eso, quiero mostrar algunas de las obras que, probablemente, formaron parte de la imaginería del autor. Acercarnos a ellas, y a sus autores, pueden contribuir a superar los escollos propios de la lectura y animar con sus colores y estilo a los personajes, los paisajes y las situaciones narrados con esa ternura inmisericorde que tantas veces ha sido resaltada como la mayor virtud de À la recherche du temps perdu y que, sin duda, encarna Elstir.   

1. James Whistler (1834-1903)

A Proust no le gusta oír ninguna opinión en contra de este pintor de origen norteamericano, incluso si provenía de su adorado Ruskin. De él se puede decir lo mismo que de cualquier impresionista: sus pinceladas rápidas y aparentemente descuidadas son una muestra de la expresión de la personalidad del artista, su firma. Solía llamar graciosamente a sus cuadros como “sinfonías de color”.





2. Jacques-Émile Blanche (1861-1942)

Al igual que Proust, Blanche venía de una familia de la alta burguesía, había estudiado en el Liceo Condorcet y su padre había sido un médico de éxito. Gran retratista, pinto a James Joyce (1882-1941), al conde Robert de Montesquiou (1855-1921, modelo del barón de Charlus) y al mismo Proust a los 21 años.




3. Edgar Degas (1834-1917)

Irritable y mordaz, renegó hasta del propio movimiento que había creado con su obra. Hacia fines del siglo XIX, era respetado por el mundo artístico parisino mientras se iba quedando ciego. Proust y él se cruzaron en los salones de la judía Madame Strauss. En dicho lugar, se cuenta que el pintor de las bailarinas y los bebedores de absenta comentó sobre Gustave Moreau (1826-1898): “Nos ha enseñado que los dioses llevaban cadenas de reloj”.




4. Claude Monet (1840-1926)

Impresionismo: amaneceres, catedrales y vida al sol. Proust dijo de él que había fijado para siempre el exterior de la catedral de Rouen. Sin embargo, el retiro del pintor a Giverny hacia su vejez hace difícil suponer que se conocieran.




5. Paul Helleu (1859-1927)

Padre y abuelo de los directores artísticos de la perfumería Chanel, había alcanzado la cumbre de su carrera artística entre 1885 y 1895, los años en los que se iniciaba la vida mundana del joven Proust. Era respetado por pintores que la historia ha colocado en mejor lugar como Édouard Manet (1832-1883), Monet y Auguste Renoir (1841-1919). Su especialidad eran los peinados de las mujeres y los yates.




6. Giovanni Boldini (1842-1931)

Este italiano se movía en los mismos círculos que nuestro autor y llegó a retratar a la célebre princesa franco-rumana Marthe Bibesco (1886-1973), cuya aristocrática familia fue el modelo de los Guermantes. Boldoni se dedicó casi en exclusiva al retrato de mujeres (excepto Verdi) en los que, como señala Umberto Eco (Historia de la fealdad), hipersexualizaba los labios y hombros de la modelo con su estilo kitsch impresionista.




7. Édouard Vuillard (1868-1940)

De él, Elstir sacó su gusto por la costa normanda y ese modo de hablar de grandes pintores de la antigüedad como si fueran compañeros de francachela. Era el más serio del grupo de los Nabis, aquellos que estaban obsesionados con el color, última vanguardia pictórica que Proust realmente siguió, ya que nunca entendió a Picasso.



Queda pendiente analizar la obra de otros artistas, no contemporáneos de Proust, pero para ello habría que volver a revisar en detalle la extensa novela. Ese placer lo concedo como una tarea individual para cada lector curioso y como incentivo, solo les dejo la célebre Vista de Delft de Johannes Vermeer (1632-1675), cuadro que admiraban tanto el infortunado Swann como le petit Proust por esa luminosa «pared amarilla».


[1] Debo agregar que en el medio de esta construcción estaba el teatro, representado por la Berma, quién es probablemente, una transfiguración de Sarah Bernhardt (1844-1923). El profundo interés de Proust por el siglo XVII, por encima del Renacimiento y la Ilustración, representado en el mito de Phèdre y la obra completa de Jean Racine (1639-1699) implicaría una entrada nueva para su discusión.

viernes, 4 de septiembre de 2015

Historia de una canción


“Pero lo que Lukácks llamaba “cultura estética”, es decir esta cultura de la equivalencia universal, del mo(vi)mentum impaciente, incapaz de esperar y de “profesar”, incapaz de volver incesantemente sobre un mismo objeto y, por lo tanto, sin memoria, esta cultura representa el olvido extremo de la figura inquietante del […] Narciso que no aspira más que a conocerse a sí mismo, a riesgo de morir trágicamente”.

Massimo Cacciari, El dios que baila

En el año 2007, la edición brasilera de la revista Rolling Stone elaboró una lista con los cien mejores discos de la música popular de ese país y colocó al LP de Chico Buarque, Construção (1971, Phonogram), en el que criticaba a la dictadura militar que gobernaría Brasil durante dos décadas, en el tercer lugar.  El disco estaba dividido en dos partes, con cuatro temas en el lado A y seis en el lado B, e incluía pequeñas joyas de la canción latinoamericana del siglo pasado como “Deus Lhe Pague” (contra la forma de gobierno), “Samba de Orly” (sobre los exiliados políticos y artistas silenciados),  “Olha Maria” (una balada grabada junto al maestro Tom Jobim) y la canción homónima del disco, “Construção”. 


Esta última era una pieza de un rigor formal extremo:

La letra fue compuesta en versos dodecasílabos, que siempre terminan en una palabra esdrújula. Los 17 versos de la primera parte (cuatro cuartetos) son prácticamente los mismos diecisiete que componen la segunda parte, cambiando sólo la última palabra. Los arreglos son del maestro Rogerio Duprat, en una melodía repetitiva, inicialmente desarrollada sobre dos acordes. La música, sin embargo, es mucho más compleja en armonía (Tomado de Wikipedia).

Jobim quedó impresionado con la letra y la recortó del periódico en el que apareció publicada por aquella época para pegarla en un cuaderno. Fito Páez la incluyó en un disco de homenaje a varios compositores que fue trasmitido al espacio “para los extraterrestres” (Canciones para áliens, 2011, Sony Music).

La canción habla sobre la mecanización del hombre, su ascenso en medio de la selva de cemento y su caída como un despojo inadvertido que “entorpece el tránsito”:

Amou daquela vez como se fosse a última
beijou sua mulher como se fosse a última
e cada filho seu como se fosse o único
e atravessou a rua com seu passo tímido

subiu a construção como se fosse máquina
ergueu no patamar quatro paredes sólidas
tijolo com tijolo num desenho mágico
seus olhos embotados de cimento e lágrima

sentou pra descansar como se fosse sábado
comeu feijão com arroz como se fosse um príncipe
bebeu e soluçou como se fosse um náufrago
dançou e gargalhou como se ouvisse música

e tropeçou no céu como se fosse um bêbado
e flutuou no ar como se fosse um pássaro
e se acabou no chão feito um pacote flácido
agonizou no meio do passeio público
morreu na contramão atrapalhando o tráfego

Amou daquela vez como se fosse o último
beijou sua mulher como se fosse a única
e cada filho como se fosse o pródigo
e atravessou a rua com seu passo bêbado

subiu a construção como se fosse sólido
ergueu no patamar quatro paredes mágicas
tijolo com tijolo num desenho lógico
seus olhos embotados de cimento e tráfego

sentou pra descansar como se fosse um príncipe
comeu feijão com arroz como se fosse o máximo
bebeu e soluçou como se fosse máquina
dançou e gargalhou como se fosse o próximo

e tropeçou no céu como se ouvisse música
e flutuou no ar como se fosse sábado
e se acabou no chão feito um pacote tímido
agonizou no meio do passeio náufrago
morreu na contramão atrapalhando o público

Amou daquela vez como se fosse máquina
beijou sua mulher como se fosse lógico
ergueu no patamar quatro paredes flácidas
sentou pra descansar como se fosse um pássaro
e flutuou no ar como se fosse um príncipe
e se acabou no chão feito um pacote bêbado
morreu na contra-mão atrapalhando o sábado

También es una crónica de la repetición, del eterno retorno, que lejos de hacer más liviana la vida, la entorpece, la hace pesada y nos conduce a la muerte. La parábola de Ícaro que cae otra vez desde lo alto por haberse acercado demasiado al Sol; y cuya sombra es, en cambio, Narciso, quien se hunde en sí mismo presa de un espejismo. El límite del hombre es su mecanización, sugiere Buarque, el exteriorismo, la espectacularización. En resumen, la vida moderna. Sobrepasado, no le queda al ser humano más camino que el pozo luminoso de los simulacros caracterizados por la nulidad existencial, la confusión y la indiferencia: "amar como si fuésemos máquinas".

Sin embargo, para combatirlos, para no sucumbir ante ellos, no es necesario un “arte de profundidad”, de verdades metafísicas, a-históricas y eternas. Quizás se necesite una música sin idealismos, sin la sátira ilustrada que juzga ni la ironía romántica que disuelve. Un arte antiguo. 

Por esse pão pra comer, por esse chão pra dormir
A certidão pra nascer e a concessão pra sorrir
Por me deixar respirar, por me deixar existir
Deus lhe pague

Pela cachaça de graça que a gente tem que engolir
Pela fumaça e a desgraça, que a gente tem que tossir
Pelos andaimes pingentes que a gente tem que cair
Deus lhe pague

Pela mulher carpideira pra nos louvar e cuspir
E pelas moscas bicheiras a nos beijar e cobrir
E pela paz derradeira que enfim vai nos redimir
Deus lhe pague

La comicidad en el álbum de Buarque radica en que nos contagia con la risa trágica, aquella que no se burla del ridículo de la situación, ni se solidariza con la tentativa de la finitud intentando acercarse a lo infinito. No, se trata de un arte de aquí y de ahora: contemporáneo. La estética de este “gran estilo” consiste en reconocer la disolución del cosmos y en reflexionar riéndose de él. 


Al final, la construcción de Buarque grafica las palabras de Zaratustra: “Solo creeré en un dios que sepa bailar”. Nosotros diremos que obras de este tipo nos hacen imaginar esa posibilidad.